TUTTO NASCE DALLE STELLE
DI LUCA ACUNZO
“La Storia più bella che abbia mai scritto è la mia vita”
(L’autore)
EPISODIO 1
Tutto ha avuto origine dalle stelle. Se ci pensate, è grazie alle stelle se ora
siamo qui dove siamo ora. Eppure tutti abbiamo sognato, almeno una volta
nella vita di volare e andare a zonzo nell’universo, saltando da una stella
all’altra, e viaggiare attraverso i colori vivaci e splendenti delle galassie.
Questo è un gesto istintivo, quasi di infantile affetto materno, come un
bambino che ciuccia tranquillo il latte dal seno della propria madre.
Non era la prima volta che sognavo di volare nell’universo. In inverno
specialmente, tutto solo, era il sogno più bello che potevo fare, da cui ne
uscivo con il volto e gli occhi umidi e un senso di tristezza, di abbandono.
Così fu quella mattina. Dormivo dalla parte sinistra della stanza, in quella
destra c’era il letto di mio fratello. A metà tra i due letti, separati da due metri
stentati, c’era la porta. Verso sud, c’era la finestra (chiusa) e un mobile.
La parete era dipinta di un rosso porpora, mentre il soffitto era azzurro.
Mi chiamo Nicola De Martis e sono un ragazzo di 16 anni. Ho due fratelli
minori, uno 13, Tommaso, che dorme nell’altro letto e una sorella di 8, Aurora
(che dorme nel letto di mamma)
In famiglia ci somigliamo tutti molto, e ci vogliamo bene. Ho un viso al quanto
infantile e puro, ma la robustezza del mio corpo e dei miei sguardi
confermano però la mia età.
Non fraintendete, non sono né grasso né magro, anche se toccandomi le
braccia, si affonda nella carne, e comunque sono alto uno e settantasei.
Abbiamo tutti degli occhi blu ingrigito, ad eccezione di me, che li ho verde
profondo. A volte li invidio.
Mi alzo e vado a pettinarmi e a rinfrescarmi il viso. Avevo dei capelli nero
puro, che non si potevano pettinare e che facevano schifo. Tentai di
arrangiarli alla bell’è meglio poi andai nel salone a mangiare qualcosa.
Guardai in frigo. C’erano delle arance, degli yogurt e una mezza bottiglia di
latte. Sbucciai tre arance e divisi il latte in altrettanti bicchieri, poi toccò agli
yogurt. Ovviamente spettava a me preparare la colazione per quei due.
Si parla del diavolo. Ecco che arriva Tommaso.
‘Giorno’ mi dice con voce disinteressata. Ricambio il saluto.
Anche Tommaso era bassino ma robusto; Indossava degli occhiali neri,
aveva un pigiama blu ed era a piedi nudi.
«Tua sorella?» chiedo io mentre mandavo giù l’arancia
«Dorme ancora» risponde lui.
«Accertati che vada a scuola, oggi. E vacci pure tu, chiaro?» gli dico io
«Oh, ma che palle Nicò ci andremo, non ti preoccupare» risponde lui tutto
arrabbiato.
«Se non ci andate, mamma se la prende con me. Lo sai»
«Mamma è in Inghilterra, adesso» borbotta lui.
«E sta lavorando per mantenerci. Non facciamola preoccupare, intesi?»
Emise un lamento che intonò un “va bene”
Prese in mano il microcomputer. Probabilmente chattava con la sua classe.
Anche io presi il mio per controllare i miei messaggi. Nulla, ovviamente.
Bevuto il latte, entrambi ci preparammo per la scuola. Aurora, svegliata,
dovrà consumare la colazione lì, mentre noi ci mettemmo i cappotti. La
scuola di Aurora era sulla strada di quella di Tommaso, quindi la accompagna
lui. Io facevo un istituto scientifico, il governativo di Hegolt e studiavo chimica
tradizionale.
Scesi fuori di casa (abitavamo in un condominio), le nostre strade si
separarono, e io vedevo quei due allontanarsi. Succedeva ogni giorno, ma
era sempre triste vederlo, specialmente col collo girato. Arriva l’autobus
pubblico e vado via. Mentre mi siedo penso di essere pronto per un altro,
noiosissimo, giorno, e mi rassegnavo al fatto che il destino proprio godeva nel
farmi morire dalla noia. Ma il destino ama il segreto, e non anticipa mai nulla
dei suoi progetti.
Nel frattempo, alla base di ricerca scientifica di Hegolt, si teneva un
importante incontro tra le eminenze politiche e i ricercatori del corpo
scientifico. Chiamarli “ricercatori” chissà a quale idea di pazzi da laboratorio ci
viene in mente, invece erano tutti ragazzi che andavano dai 14 ai 24 anni, ma
tutti vestiti delle uguali e formali uniformi del partito.
Erano in una sala chiusa, con pavimenti specchianti, brillanti e tavoli
altrettanto curati. Dal lato sud c’erano i “ricercatori” e in quello nord gli ufficiali
del partito.
«SCIENTIA PERFECTIONIS EST!» strillò uno degli ufficiali. Un uomo
porcino, basso e cicciotto, con dei baffoni color quercia.
Dall’altro lato, in coro, i ragazzi-ricercatori, ripeterono all’unisono uno
squillante «SCIENTIA PERFECTIONIS EST!» che tuonò per tutto il luogo.
Mentre facevano questo, con le mani congiunte, ognuno si coprì la gola,
formando con le braccia un angolo. Questo era il saluto standard imposto dal
partito, ossia i Darblue.
«Corrpo scienntifico dell’ordine dei Darblue» iniziò a comunicare l’uomo, con
voce al quanto isterica e tuonante, malgrado evidenti difetti di pronuncia
dovuti all’eccessiva autoritarietà del tono.
«Voi siete l’orgogliiio del partito. La sua potenza dipeende da voi!» continuò il
suo discorso «Rendiamo omaggio a voi per il voostro lavoro!» Qualcuno si
rese conto che le parole così pronunciate erano inascoltabili, così un altro
ufficiale, stavolta un uomo alto e profumato di colonia, proseguì il discorso,
sebbene, per una ragione o per un'altra, non era più ascoltabile del suo
predecessore.
«Giovani miei, da questo momento voi siete tutti coinvolti in una guerra
sacra!» disse in tono di importanza «I vili, turpi e blasfemi nemici del partito
tramano contro di esso, tentano di distruggerlo. SI INFILTRANO NELLE
MENTI DEI NOSTRI CITTADINI!» Disse con fare preoccupato.
«Mi riferisco, ovviamente a quei giovani incoscienti che no, non siete voi!
Sono quegli stolti, i ribelli, i sessuomani, i froci!» tra gli ufficiali si levò una
smorfia di disgusto.
«Miei cari, per fortuna il partito si è preso cura di voi. Vi ha resi puri ed
efficienti! Ha installato nel biosistema di ciascuno di voi un programma per
contrastare la vostra natura imperfetta, i vostri nefasti istinti più primitivi!»
Era vero. Nei giovani scienziati, dal primo all’ultimo, era presente un
meccanismo per inibire gli istinti sessuali di ogni tipo. Riguardava il personale
di poche basi di ricerca, tra cui quella di Hegolt, allo scopo di renderli più
efficienti. Molti avevano tentato invano di liberarsi del meccanismo, ma
nessuno ci era mai riuscito. Che si sapesse.
«Ragazzi miei, siete una gioia per gli occhi! Toccherà a degli esseri puri e
incontaminati come voi proteggerci e debellare i maledetti eretici! Coloro che
minacciano la civiltà che il partito ha raggiunto e conquistato!» si fermò per
riprendere fiato «Nei tempi che verranno, questo sacro dovere diventerà a voi
evidente…e dovete materializzarlo. McDann, vieni avanti!»
Nel gruppo di ragazzi tutti guardarono fisso uno di loro, un ragazzo magro,
basso e con degli occhiali, che fino a quel momento guardava fisso in basso.
Con tremolanti passi incerti passò avanti e raggiunse gli ufficiali, impaurito.
Colui che parlava gli mise una mano sulla spalla
«Mio caro tu ti sei distinto per la tua intelligenza, ma più di tutto per il tuo
valore e la tua purezza d’animo. Siamo orgogliosi di te. E dovresti esserlo
anche tu, perché ti stiamo nominando capo della sezione di programmazione
e ingegneria biotecnologica! Bravo!»
Tutti – sia gli ufficiali, sia i ricercatori – applaudirono inespressivi. Così
com’era inespressivo Edward McDann.
Nel frattempo io ero nel pullmino. Ascoltavo musica. Non so voi, ma a me
piace un rock “melodico”, ma che non sia noioso. Amavo quando la bellezza
si sentiva.
Mi raggiunse Minny (il suo vero nome era Rosemary Kever). Era una ragazza
bassina, bionda con due occhiali ed era la mia più cara amica.
«Tutto a posto Nicola?» mi chiede mentre si siede affianco a me
«Oggi non è giornata» Le dico.
«Uhm» «Ti ricordi di quello che ti ho detto la volta scorsa?»
«Sarebbe a dire?» Rispondo, perché non avevo la più pallida idea a cosa si
riferisse.
«Il canale del gruppo segreto! Quello di cui tutti parlano!»
Ora ricordo. Dal momento che il nostro (disgraziato) governo controllava i
mezzi di comunicazione dei giovani, qualcuno creò un gruppo weblink dove i
giovani potevano parlare liberamente. Ma non mi interessava.
«Beh, lì si trova di tutto. Ragazzi che tentano di rimorchiare ragazze e anche
il contrario, divertimenti trash, battute, e persino omosessuali»
Il mio corpo s’irrigidì di colpo. D’un tratto quel gruppo mi interessava.
«Montamelo sul mio microcomputer» dico freddamente, senza aggiungere
altro. Diedi il coso a Minny che lo configurò e iniziò a digitare. Quando me lo
ridiede, comparve un’icona. Se la toccavo, venivo trasportato in una specie di
forum, in cui c’era la roba che pensavo. C’erano anche alcune persone della
mia città, ma non quello che cercavo. Dovetti posare il microcomputer perché
arrivai a destinazione.
UNA SETTIMANA PRIMA
Edward McDann era cosciente di essere uno dei più bravi programmatori
della regione. Ma anche ammesso questo, non era certo di riuscire a portare
a termine l’impresa che si apprestava a compiere. Era in assoluto la cosa più
proibita del mondo, e gli sarebbe costata la vita. Tra l’altro Edward odiava
rischiare, e rimanere nella sua “zona di sicurezza”. Ma per provare cose
nuove, bisogna rischiare ciò che già si ha.
Si aggirava furtivo tra i laboratori biotecnologici della base di ricerca.
Accese un macchinario enorme, connesso ad un computer. Questo, a sua
volta era collegato a vari dispositivi minori, tra cui un curioso aggeggio che
assumeva la forma di un casco, con annesse ventose appiccicose.
Indossò il casco e si accertò che tutte le ventose avevano aderito sul cuoio
capelluto. Sul computer, come se fosse stata inserita una unità di memoria,
comparvero vari files. Erano files incomprensibili e che non potevano venir
utilizzati. E si trovavano nel suo corpo, o biosistema.
Non doveva assolutamente toccare i file vitali, o per lui sarebbero stati guai
seri. Ma allora come sapeva dove trovare ciò che cercava?
Attivò così il debugger, che teneva traccia di tutti i processi che iniziavano
dentro di lui. Poi, estrasse dalla tasca una foto di una ragazza in topless,
ottenuta clandestinamente.
Ovviamente, non provava nulla, e rimase indifferente. Questo perché, almeno
in teoria, il meccanismo di blocco stava svolgendo silenziosamente il suo
lavoro dentro Edward, filtrando anche i minimi impulsi sessuali. Ma non
appena fosse intervenuto, sempre in teoria, il debugger avrebbe dovuto
catturare i file chiave che sarebbero intervenuti nel processo.
Invece non comparve nulla. Lo schermo rimaneva sempre dello stesso,
inflessibile, blu.
“Dannazione” pensava “o questo coso non è aggiornato, o ho sbagliato
qualcosa. Il ragionamento è giusto, in teoria”
Controllò bene la connessione dei cavi e l’agganciamento del debugger.
Tutto sembrava a posto, ma concluse che aveva saltato qualche passaggio,
dopotutto Robert, un suo collega, era assegnato a quel macchinario, e non
lui. Forse Robert sarebbe riuscito a farlo funzionare…
BEEP BEEP BEEP
In quel preciso istante, sullo schermo comparve un elenco di files.
Si chiese come mai fossero comparsi dopo così tanto tempo, quando aveva
messo a posto la scandalosa foto e aveva pensato ad un suo collega, ma
non importava: Su un pezzo di carta si segnò i nomi dei files (una bella
dozzina) e provò a cancellarli. Non ci riuscì neppure su uno. Erano troppo
indelebili per venire cancellati. Ci provò in vari modi, ma nessuno ebbe
successo. Così nascose le prove di ciò che aveva fatto, o meglio, tentato di
fare, e ritornò al dormitorio come se nulla fosse.
La sagoma mingherlina di Edward rientrò nei suoi alloggi. Dormiva nel primo
letto di uno a castello, e sopra c’era Robert.
«Dov’eri?» gli chiese scocciato. Robert era diverso fisicamente da Edward.
Abbronzato e alto, mentre Edward aveva appena due occhi color mercurio e
un fisico che lasciava chiedere se e quanto Edward mangiasse. Aveva un
colorito di pelle chiarissimo, appena roseo.
«Controllavo il codice» borbottò una grossa bugia.
«Sei un maniaco, lo sai? Se continui di questo passo ti promuoveranno»
rispose ironico Robert. Non sapeva che una settimana dopo sarebbe
avvenuto.
Guardò il braccio pendente di Robert. In quell’istante lontanamente, molto
lontanamente, sentiva qualcosa che gli sfuggiva. Ma che veniva bloccato.
«Robert i computer e i dispositivi del tuo settore come funzionano?» gli
chiede «Su quale aspetto?» disse Robert confuso
«Mah, non so. Non è che sono a scoppio ritardato? Che le scritte ci mettono
del tempo a caricarsi?»
«Non dire sciocchezze» gli risponde «Sono più che immediati. Non appena le
macchine inviano un segnale, non hai il tempo di guardare lo schermo che il
computer ha già fatto tutto. Perché, i vostri sono lenti?»
«No, ma ho sentito che avevate dei computer lenti, così, te l’ho chiesto»
Era una balla gigantesca. In realtà era perplesso per il fatto che le scritte
comparvero quando ormai aveva rinunciato a fare l’esperimento, e pensato di
coinvolgere Robert.
«I nostri computer funzionano benissimo. I dispositivi, uguale» disse Robert
infine.
UNA SETTIMANA PRIMA
Edward McDann era cosciente di essere uno dei più bravi programmatori
della regione. Ma anche ammesso questo, non era certo di riuscire a portare
a termine l’impresa che si apprestava a compiere. Era in assoluto la cosa più
proibita del mondo, e gli sarebbe costata la vita. Tra l’altro Edward odiava
rischiare, e rimanere nella sua “zona di sicurezza”. Ma per provare cose
nuove, bisogna rischiare ciò che già si ha.
Si aggirava furtivo tra i laboratori biotecnologici della base di ricerca.
Accese un macchinario enorme, connesso ad un computer. Questo, a sua
volta era collegato a vari dispositivi minori, tra cui un curioso aggeggio che
assumeva la forma di un casco, con annesse ventose appiccicose.
Indossò il casco e si accertò che tutte le ventose avevano aderito sul cuoio
capelluto. Sul computer, come se fosse stata inserita una unità di memoria,
comparvero vari files. Erano files incomprensibili e che non potevano venir
utilizzati. E si trovavano nel suo corpo, o biosistema.
Non doveva assolutamente toccare i file vitali, o per lui sarebbero stati guai
seri. Ma allora come sapeva dove trovare ciò che cercava?
Attivò così il debugger, che teneva traccia di tutti i processi che iniziavano
dentro di lui. Poi, estrasse dalla tasca una foto di una ragazza in topless,
ottenuta clandestinamente.
Ovviamente, non provava nulla, e rimase indifferente. Questo perché, almeno
in teoria, il meccanismo di blocco stava svolgendo silenziosamente il suo
lavoro dentro Edward, filtrando anche i minimi impulsi sessuali. Ma non
appena fosse intervenuto, sempre in teoria, il debugger avrebbe dovuto
catturare i file chiave che sarebbero intervenuti nel processo.
Invece non comparve nulla. Lo schermo rimaneva sempre dello stesso,
inflessibile, blu.
“Dannazione” pensava “o questo coso non è aggiornato, o ho sbagliato
qualcosa. Il ragionamento è giusto, in teoria”
Controllò bene la connessione dei cavi e l’agganciamento del debugger.
Tutto sembrava a posto, ma concluse che aveva saltato qualche passaggio,
dopotutto Robert, un suo collega, era assegnato a quel macchinario, e non
lui. Forse Robert sarebbe riuscito a farlo funzionare…
BEEP BEEP BEEP
In quel preciso istante, sullo schermo comparve un elenco di files.
Si chiese come mai fossero comparsi dopo così tanto tempo, quando aveva
messo a posto la scandalosa foto e aveva pensato ad un suo collega, ma
non importava: Su un pezzo di carta si segnò i nomi dei files (una bella
dozzina) e provò a cancellarli. Non ci riuscì neppure su uno. Erano troppo
indelebili per venire cancellati. Ci provò in vari modi, ma nessuno ebbe
successo. Così nascose le prove di ciò che aveva fatto, o meglio, tentato di
fare, e ritornò al dormitorio come se nulla fosse.
La sagoma mingherlina di Edward rientrò nei suoi alloggi. Dormiva nel primo
letto di uno a castello, e sopra c’era Robert.
«Dov’eri?» gli chiese scocciato. Robert era diverso fisicamente da Edward.
Abbronzato e alto, mentre Edward aveva appena due occhi color mercurio e
un fisico che lasciava chiedere se e quanto Edward mangiasse. Aveva un
colorito di pelle chiarissimo, appena roseo.
«Controllavo il codice» borbottò una grossa bugia.
«Sei un maniaco, lo sai? Se continui di questo passo ti promuoveranno»
rispose ironico Robert. Non sapeva che una settimana dopo sarebbe
avvenuto.
Guardò il braccio pendente di Robert. In quell’istante lontanamente, molto
lontanamente, sentiva qualcosa che gli sfuggiva. Ma che veniva bloccato.
«Robert i computer e i dispositivi del tuo settore come funzionano?» gli
chiede «Su quale aspetto?» disse Robert confuso
«Mah, non so. Non è che sono a scoppio ritardato? Che le scritte ci mettono
del tempo a caricarsi?»
«Non dire sciocchezze» gli risponde «Sono più che immediati. Non appena le
macchine inviano un segnale, non hai il tempo di guardare lo schermo che il
computer ha già fatto tutto. Perché, i vostri sono lenti?»
«No, ma ho sentito che avevate dei computer lenti, così, te l’ho chiesto»
Era una balla gigantesca. In realtà era perplesso per il fatto che le scritte
comparvero quando ormai aveva rinunciato a fare l’esperimento, e pensato di
coinvolgere Robert.
«I nostri computer funzionano benissimo. I dispositivi, uguale» disse Robert
infine.
Siete liberi di esprimere eventuali commenti e consigli. Grazie della lettura!
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