giovedì 27 luglio 2017

Ho scelto il bene perché il male era scontato

Molti ragazzi scrivono su Facebook o sui social in genere frasi apparentemente poetiche e "ribelli" per accompagnare foto che definirle pretenziose è dire poco.
Una di queste è ho scelto il male perché il bene era scontato o variabili simili, la ricordo a mente.

Tralasciando il fatto che sono frasi utili solo per fare colpo, e che (in questo caso, per fortuna) non hanno seguito, questa merita una riflessione e un indugio.

Smentirla è uno schiocco di dita, perchè viviamo, ahinoi, in un contesto negativo, i giovani sono inclini in maniera preoccupante verso la droga, l'ipersessualità, l'ignoranza e l'egoismo.

E in una situazione simile sarabbe il male la scelta scontata? Molto probabilmente no.

Il vero coraggio e la vera scelta è rinnegare il male, non unirsi ad esso. È troppo facile a giorno d'oggi fare il male, mentre il bene risulta molto impegnativo. Ma non impossibile. Nulla è impossibile.

Unirsi al bene, essere un faro in un mondo oscuro, portare valori anzichè degrado, essere positivi anziché negativi, dichiarare la propria indipendenza nei confronti del mondo esterno;
Queste sono le scelte che vale la pena di compiere.

Non è la scelta scontata, non lo è affatto. È una scelta difficilissima ma meritevole di infiniti apprezzamenti. E l'ironia vuole che proprio una scelta come questa sia considerata fallibile, stolta.
Ma ci credete davvero?

Noi siamo le nostre scelte.

E adesso posso dirlo: Ho scelto il bene perché il male era scontato.

sabato 8 luglio 2017

Tutto Nasce Dalle Stelle - Episodio 2



 TUTTO NASCE DALLE STELLE
EPISODIO 2

Walt Disney diceva “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. I sogni non sono altro che realtà che aspetta le giuste azioni per realizzarsi e solo se non agiamo restano tali. In quel periodo pensavo che essere felice fosse un sogno, e solo adesso mi rendo conto che non esiste sogno sufficientemente fantasioso per non realizzarsi, e non esiste sbaglio peggiore che credere che i nostri sogni siano irrealizzabili. Semplicemente molte volte siamo troppo timidi e paurosi per voler vedere i nostri sogni realtà, solo che non ce ne rendiamo conto. Dobbiamo avere il coraggio di confermare i nostri sogni, attraverso le nostre azioni, se necessario.

«De Martis!» mi strilla il professore
«Ancora a distrarti, ma com’è possibile? Oh, suppongo che tu possa farlo perché hai studiato. Dì un po’ genio, come si ottiene un sale?»
Ci penso un attimo. «Beh, un sale si ottiene come reazione tra un acido e una base» rispondo io. Questa volta era facile, e per un colpo di fortuna la campanella squillò prima che potesse farmi un’altra domanda.
Arrivò dunque letteratura, una delle materie più odiate dal partito perché la considerava inutile. Ironicamente però il partito apprezzava una certa complessità di linguaggio, così come amava parlare di politica, ideologia, di purezza e cose simili. Ma tra la tecnologia e le parole preferiva la tecnologia, e come se la preferiva (aveva una casta di ricercatori il cui compito era trovare nuovi sistemi per controllare le persone, ma il problema è che sono considerati a un livello sociale superiore ai cittadini, forse perché erano castrati con qualche diavoleria). Ma il Professor Robin era diverso: Si separò dalla moglie quando ella venne reclutata dal partito e ovviamente le immisero i programmi psichici, che a quanto sembra, hanno fatto si che lo lasciò. Quei programmi estirpano ciò che ci rende umani, e questo fatto ne è una prova. Comunque sia, il Prof. Robin era una delle persone più gentili e umane che esistevano nell’epoca in cui l’affetto e l’amore venivano disprezzati.
«Ciao ragazzi» ci dice. Non ci fa fare il saluto. È norma che dinnanzi all’autorità facciamo il saluto toccandoci la gola con entrambe le mani e recitando  “Scientia perfectionis est”, ma lui è l’unico professore che non ci faceva fare questa prassi anzi, la odiava.
Ci dice di prendere i libri e di iniziare a leggere.
«Mi scusi professore» Dice Minny «Oggi ho scordato il libro di letteratura» disse desolata. «Oh, Rosemary, un’altra volta? Ma hai la zucca vuota?»
«Professore, portatela in presidenza, questa cretina!» dice qualcuno in fondo.
Risponde Rosemary arrabbiata «Vacci tu, stronzo!»
«Ragazzi, non dovete litigare. Dovete volervi bene tra voi. So bene che dovrei portare Rosemary in presidenza, ma non lo farò proprio perché dovrei essere un esempio per voi»
Nessuno capiva. Se voleva essere un esempio d’autorità, allora doveva punirla «Il più grande insegnamento che vi posso dare, ragazzi, è la compassione, ed è una cosa difficile da tramandare ma vi servirà, specialmente in un mondo come questo. Il gesto di Rosemary non passerà inosservato e alla prossima interrogazione avrà un voto in meno»
Da tutto questo la classe rimase a bocca aperta.
Quando tornai a casa col pulman, il cielo era divenuto oramai grigio e un freddo dello stesso tenore dominava l’aria. Aurora e Tommaso vennero pochi minuti dopo di me. Pranzammo delle tagliatelle alla boscaiola del giorno prima e per secondo costolette di maiale.
Non un suono si sentiva, ad eccezione del rumore di pioggia e delle goccioline cadute sulle finestre.
Tommaso riaccompagnò Aurora all’asilo per l’orario pomeridiano, mentre io sospiravo, pensando a cosa avrei dovuto fare tutto quel tempo. Non se ne parlava di andare al parco (visto il tempo) e per compiti avevamo solo degli esercizi di inglese che potevo svolgere in 10 minuti.
Il mio sguardo passò poi al quadro sulla parete, il giorno di matrimonio di mia madre. Era l’unica persona fino a quel momento con cui andavo d’accordo. Non ricordo una volta in cui lei mi tenne il muso per più di due giorni.
Mia madre però non era una donna gentile, anzi tutt’altro. Era molto forte di carattere, come me del resto. A scuola, infatti, nessuno osava mai mettermi i piedi in testa. Tutti sanno cosa accadrebbe se si permetterebbero. E mentre lei era in Inghilterra io pensavo cosa direbbe di quella cosa che stavo per fare e che completerò di fare oggi pomeriggio, sperando che la sorte me la mandi buona. Purtroppo non le dirò mai di cosa si tratta, non voglio darle altre preoccupazioni.
Ero solo a casa e per dare la giusta importanza alle cose, andai in bagno e mi sedetti sul cesso per masturbarmi e mentre lo facevo, pensavo di essere nel letto a fare l’amore con l’uomo della mia vita.
Amore. Come se fosse una cosa facile. Quando terminai, pochi minuti prima del ritorno di un Tommaso fradicio dalla pioggia (malgrado l’ombrello) che si chiuse in camera, decisi che non vi era momento migliore per fare quello che volevo fare: Andai sul canale virtuale che mi ha dato Minny e controllai se esisteva, a Hegolt, una stella caduta sulla terra, o per dirla tutta, qualcuno della mia età che voleva essere il mio ragazzo. È una cosa che fa parecchio ridere e lo so, ma a conti fatti quella era la mia intenzione. Iniziai cercando nella sezione apposita. Non me l’aspettavo, ma era pieno di gentaglia senza arte né parte che cercava solo una botta e via. E tutti più grandi di me. Facevano letteralmente schifo. Non me lo immaginavo che nei dintorni ci fossero tutti questi pervertiti.
Misi in stand-by l’apparecchio per un istante. Dovevo riprendere fiato.
Concentrai in quel momento tutta la mia volontà di trovare la mia anima gemella e iniziai a stringere i pugni. Sia in senso metaforico che letterale.
Quando lo riaccesi, non trovavo nulla di diverso. Tutto perfettamente uguale, nulla di diverso da quello scempio.
L’amore è come una piccola stella che risplende remota e lontana nell’universo, qualcosa che è sempre lì, ma che non noti.
Di fatti notai quella stellina e ancora una volta esitai. Era un profilo semplice e recente, con immagine di profilo solo un cielo con una grossa stella che illuminava un laghetto sottostante.
Quelle bestie non avrebbero potuto fare una cosa così fine. Era un profilo piccolo con qualche contatto, insignificante. Ma quella stella mi attirava.
Del resto, tutto nasce dalle stelle.
Le uniche informazioni che avevo erano che era di Hegolt e aveva sedici anni. Nella mia mente formulai l’ipotesi che forse sarà qualcuno che aveva poca dimestichezza nei canali virtuali, come me. Avevo una strana sensazione di affinità.
Infine scrissi “Ciao”.  Non potevo fare altro, solo osservare e aspettare.
Tommaso uscì dalla stanza e urlò il mio nome.
Appresi che mamma avrebbe dovuto restare via più del dovuto, perché lì in Inghilterra faceva un tempo addirittura peggiore.
Non capivo perché quando piovesse si diceva “maltempo”. Cosa c’è di male?

«Colleghi» disse l’uomo. «Apprezzo i vostri impegni, ma ormai dobbiamo darci da fare» Disse al plotone di divise davanti a sé.
«La nuova era si avvicina. L’ordine che tanto il partito ha sognato sta per diventare realtà. RALLEGRATEVI!» Strillò improvvisamente.
Come risultato, ottenne solo un brivido fra i presenti.
Si schiarì la voce e si sistemò la cravatta blu e nera.
«I sogni di purezza e giustizia stanno per avverarsi ormai. La tecnologia ci sorride contro le blasfemie. SI ALLEA CON NOI!» Diede dunque una rapida occhiata.
«Quando i nostri giovani tecnici ci riusciranno, penso in poco tempo, FAREMO SPARIRE LE IMPURITÀ CHE TANTO ANCORANO IL PIANETA AL CAOS E AL DISORDINE!»
Uno dei presenti prese la parola. Sembrava solo poco al di sotto in comando.
«Geeneale…Daveero ci fidiaamo di taali giovaani?» Chiese.
«Vede sovrintendente» disse in tono colto.
«I nostri balilla sono il meglio in circolazione. Sono purificati attraverso un sistema infallibile sopra ogni dubbio. Sarebbe troppo dispendioso estendere tale sistema al proletariato, QUINDI…» Si fermò alzando un dito al cielo.
«I nostri angeli stanno per lavorare a un sistema diverso» disse sorridendo in modo perfido.

È Stata la volontà. Grazie ad essa possiamo compiere imprese straordinarie, solo volendolo. Il problema è che questa forza incontenibile tende sempre più a scarseggiare tra le persone.
Infine Edward McDann ci riuscì. Volle riuscirci. Grazie alla sua promozione, ebbe dunque i permessi necessari per ritornare – o meglio, divenire –  umano. Con un colpo di genio ha aperto i file di blocco e sovrascritto il sorgente con numeri esadecimali inutili. Il primo della storia a fare una cosa del genere.
«Edward» disse Alexandra. Era una ragazza alta dal viso magro e un mento a punta, con occhi color caffè bruciato.
«Questo è compito mio adesso» disse fredda «Stanne fuori»
Si alzò inemotivo dalla poltrona, con lo sguardo fisso sullo schermo.
«Non ti hanno ancora dato direttive?» chiese lei. Edward fece un segno di assenso.
«Sei strano da stamattina. Non è che ora che sei più importante di noi, ti atteggerai con quell’aria da salvatore del mondo come quelli dei piani alti vero?»
Lui le rivolse un’occhiata perplessa.
«Svegliati Edward. Siamo a Hegolt» disse lei poi.
«Lo so» rispose.
«Sembri un ebete. Va’ nella tua stanza. Non hai direttive, quindi non ti possono dire nulla.» suggerì.
Edward McDann le diede un’ultima occhiata. Aveva manomesso uno ad uno tutti i file che riguardavano il blocco biologico, ma ancora non avvertiva nulla di nuovo. Non conosceva molto della sessualità. Per la verità, non l’ha mai conosciuta. Tutto ciò che sapeva era basato su cose che aveva sentito dire.
Mentre camminava, rifletteva. Rifletteva su ciò che aveva fatto, dell'importanza di ciò che aveva fatto e ciò che significasse. Se qualcuno avrebbe - in qualche modo - scoperto il suo Hacking, sarebbe stato impiccato. Di fatti ora che nessuno lo vedeva tremava. 
Sospirò cercando di calmarsi. Non era accaduto ancora niente. Forse nemmeno ci era riuscito. 
Ritornò alla sua camera, dove ad attenderlo c'era una sorpresa che mai aveva osato immaginare...
 
«Che fai lì?» Chiese Edward esitante.
«Il partito sta riunendo i piani alti. Si stanno riorganizzando per non so cosa.» Rispose Robert. Sembrava essere tornato dieci minuti prima.
A Edward non interessava più di tanto, anche se l’evento di certo non prometteva bene.
Si sdraiò nel letto sotto Robert. Accese il suo microcomputer e si mise ad ascoltare uno dei pochi brani concessi, ossia gli altisonanti inni del partito.
Alzò lo sguardo sopra di sé, verso Robert.
In quel momento – e solo a partire da quel momento – si rese conto di una cosa: Che Robert in fin dei conti era un ragazzo carino, ben fatto, con qualità invidiabili. Gli piaceva.
È stata la stessa sensazione quando la notte prima ritornò dopo aver manomesso i file – con conseguente esplosione che lo scaraventò al muro – lo guardò dormire, ma era troppo stanco. Però seguirono episodi strani, a cui non sapeva darsi risposta.
C’era qualcosa che non quadrava…

L’universo è una macchina perfetta. Nessuna mente umana può riuscire a immaginare l’abnormità dell’universo. È la cosa più complicata, ma anche la più tranquilla, la  più semplice esistente. La complessità e la naturalezza che si uniscono, formando l’armonia da cui tutto è nato.

Infine il giorno dopo ebbi risposta dal profilo. Si presentò. Scoprii che si chiamava Edward e che abitava da qualche parte a Hegolt. C’era qualcosa di fine nelle sue risposte, qualcosa di molto tenue e sensibile. E in quell’istante, come una stella che esplode, capii. Dalle stelle stava per nascere qualcosa.

Fine episodio.

giovedì 6 luglio 2017

Tutto Nasce Dalle Stelle - Episodio 1

TUTTO NASCE DALLE STELLE
DI LUCA ACUNZO
“La Storia più bella che abbia mai scritto è la mia vita”
(L’autore)
EPISODIO 1
Tutto ha avuto origine dalle stelle. Se ci pensate, è grazie alle stelle se ora 
siamo qui dove siamo ora. Eppure tutti abbiamo sognato, almeno una volta 
nella vita di volare e andare a zonzo nell’universo, saltando da una stella 
all’altra, e viaggiare attraverso i colori vivaci e splendenti delle galassie. 
Questo è un gesto istintivo, quasi di infantile affetto materno, come un 
bambino che ciuccia tranquillo il latte dal seno della propria madre.
Non era la prima volta che sognavo di volare nell’universo. In inverno
specialmente, tutto solo, era il sogno più bello che potevo fare, da cui ne 
uscivo con il volto e gli occhi umidi e un senso di tristezza, di abbandono.
Così fu quella mattina. Dormivo dalla parte sinistra della stanza, in quella 
destra c’era il letto di mio fratello. A metà tra i due letti, separati da due metri 


stentati, c’era la porta. Verso sud, c’era la finestra (chiusa) e un mobile.
La parete era dipinta di un rosso porpora, mentre il soffitto era azzurro.
Mi chiamo Nicola De Martis e sono un ragazzo di 16 anni. Ho due fratelli 
minori, uno 13, Tommaso, che dorme nell’altro letto e una sorella di 8, Aurora
(che dorme nel letto di mamma)
In famiglia ci somigliamo tutti molto, e ci vogliamo bene. Ho un viso al quanto 
infantile e puro, ma la robustezza del mio corpo e dei miei sguardi 
confermano però la mia età.
Non fraintendete, non sono né grasso né magro, anche se toccandomi le 
braccia, si affonda nella carne, e comunque sono alto uno e settantasei. 
Abbiamo tutti degli occhi blu ingrigito, ad eccezione di me, che li ho verde 
profondo. A volte li invidio.
Mi alzo e vado a pettinarmi e a rinfrescarmi il viso. Avevo dei capelli nero 
puro, che non si potevano pettinare e che facevano schifo. Tentai di 
arrangiarli alla bell’è meglio poi andai nel salone a mangiare qualcosa.
Guardai in frigo. C’erano delle arance, degli yogurt e una mezza bottiglia di 
latte. Sbucciai tre arance e divisi il latte in altrettanti bicchieri, poi toccò agli 
yogurt. Ovviamente spettava a me preparare la colazione per quei due.
Si parla del diavolo. Ecco che arriva Tommaso. 
‘Giorno’ mi dice con voce disinteressata. Ricambio il saluto.
Anche Tommaso era bassino ma robusto; Indossava degli occhiali neri, 
aveva un pigiama blu ed era a piedi nudi.
«Tua sorella?» chiedo io mentre mandavo giù l’arancia
«Dorme ancora» risponde lui.
«Accertati che vada a scuola, oggi. E vacci pure tu, chiaro?» gli dico io
«Oh, ma che palle Nicò ci andremo, non ti preoccupare» risponde lui tutto 
arrabbiato.
«Se non ci andate, mamma se la prende con me. Lo sai»
«Mamma è in Inghilterra, adesso» borbotta lui.
«E sta lavorando per mantenerci. Non facciamola preoccupare, intesi?»
Emise un lamento che intonò un “va bene”
Prese in mano il microcomputer. Probabilmente chattava con la sua classe. 
Anche io presi il mio per controllare i miei messaggi. Nulla, ovviamente.
Bevuto il latte, entrambi ci preparammo per la scuola. Aurora, svegliata, 
dovrà consumare la colazione lì, mentre noi ci mettemmo i cappotti. La 
scuola di Aurora era sulla strada di quella di Tommaso, quindi la accompagna 
lui. Io facevo un istituto scientifico, il governativo di Hegolt e studiavo chimica 
tradizionale.
Scesi fuori di casa (abitavamo in un condominio), le nostre strade si 
separarono, e io vedevo quei due allontanarsi. Succedeva ogni giorno, ma 
era sempre triste vederlo, specialmente col collo girato. Arriva l’autobus 
pubblico e vado via. Mentre mi siedo penso di essere pronto per un altro, 
noiosissimo, giorno, e mi rassegnavo al fatto che il destino proprio godeva nel 
farmi morire dalla noia. Ma il destino ama il segreto, e non anticipa mai nulla 
dei suoi progetti.

Nel frattempo, alla base di ricerca scientifica di Hegolt, si teneva un 
importante incontro tra le eminenze politiche e i ricercatori del corpo 
scientifico. Chiamarli “ricercatori” chissà a quale idea di pazzi da laboratorio ci 
viene in mente, invece erano tutti ragazzi che andavano dai 14 ai 24 anni, ma 
tutti vestiti delle uguali e formali uniformi del partito.
Erano in una sala chiusa, con pavimenti specchianti, brillanti e tavoli 
altrettanto curati. Dal lato sud c’erano i “ricercatori” e in quello nord gli ufficiali 
del partito.
«SCIENTIA PERFECTIONIS EST!» strillò uno degli ufficiali. Un uomo 
porcino, basso e cicciotto, con dei baffoni color quercia.
Dall’altro lato, in coro, i ragazzi-ricercatori, ripeterono all’unisono uno 
squillante «SCIENTIA PERFECTIONIS EST!» che tuonò per tutto il luogo. 
Mentre facevano questo, con le mani congiunte, ognuno si coprì la gola, 
formando con le braccia un angolo. Questo era il saluto standard imposto dal 
partito, ossia i Darblue.
«Corrpo scienntifico dell’ordine dei Darblue» iniziò a comunicare l’uomo, con 
voce al quanto isterica e tuonante, malgrado evidenti difetti di pronuncia 
dovuti all’eccessiva autoritarietà del tono.
«Voi siete l’orgogliiio del partito. La sua potenza dipeende da voi!» continuò il 
suo discorso «Rendiamo omaggio a voi per il voostro lavoro!» Qualcuno si 
rese conto che le parole così pronunciate erano inascoltabili, così un altro 
ufficiale, stavolta un uomo alto e profumato di colonia, proseguì il discorso, 
sebbene, per una ragione o per un'altra, non era più ascoltabile del suo 
predecessore.
«Giovani miei, da questo momento voi siete tutti coinvolti in una guerra 
sacra!» disse in tono di importanza «I vili, turpi e blasfemi nemici del partito 
tramano contro di esso, tentano di distruggerlo. SI INFILTRANO NELLE 
MENTI DEI NOSTRI CITTADINI!» Disse con fare preoccupato.
«Mi riferisco, ovviamente a quei giovani incoscienti che no, non siete voi! 
Sono quegli stolti, i ribelli, i sessuomani, i froci!» tra gli ufficiali si levò una 
smorfia di disgusto.
«Miei cari, per fortuna il partito si è preso cura di voi. Vi ha resi puri ed 
efficienti! Ha installato nel biosistema di ciascuno di voi un programma per 
contrastare la vostra natura imperfetta, i vostri nefasti istinti più primitivi!»
Era vero. Nei giovani scienziati, dal primo all’ultimo, era presente un 
meccanismo per inibire gli istinti sessuali di ogni tipo. Riguardava il personale 
di poche basi di ricerca, tra cui quella di Hegolt, allo scopo di renderli più 
efficienti. Molti avevano tentato invano di liberarsi del meccanismo, ma 
nessuno ci era mai riuscito. Che si sapesse.
«Ragazzi miei, siete una gioia per gli occhi! Toccherà a degli esseri puri e 
incontaminati come voi proteggerci e debellare i maledetti eretici! Coloro che 
minacciano la civiltà che il partito ha raggiunto e conquistato!» si fermò per 
riprendere fiato «Nei tempi che verranno, questo sacro dovere diventerà a voi 
evidente…e dovete materializzarlo. McDann, vieni avanti!»
Nel gruppo di ragazzi tutti guardarono fisso uno di loro, un ragazzo magro, 
basso e con degli occhiali, che fino a quel momento guardava fisso in basso.
Con tremolanti passi incerti passò avanti e raggiunse gli ufficiali, impaurito.
Colui che parlava gli mise una mano sulla spalla
«Mio caro tu ti sei distinto per la tua intelligenza, ma più di tutto per il tuo 
valore e la tua purezza d’animo. Siamo orgogliosi di te. E dovresti esserlo 
anche tu, perché ti stiamo nominando capo della sezione di programmazione 
e ingegneria biotecnologica! Bravo!»
Tutti – sia gli ufficiali, sia i ricercatori – applaudirono inespressivi. Così 
com’era inespressivo Edward McDann. 
Nel frattempo io ero nel pullmino. Ascoltavo musica. Non so voi, ma a me 
piace un rock “melodico”, ma che non sia noioso. Amavo quando la bellezza 
si sentiva.
Mi raggiunse Minny (il suo vero nome era Rosemary Kever). Era una ragazza 
bassina, bionda con due occhiali ed era la mia più cara amica.
«Tutto a posto Nicola?» mi chiede mentre si siede affianco a me
«Oggi non è giornata» Le dico.
«Uhm» «Ti ricordi di quello che ti ho detto la volta scorsa?»
«Sarebbe a dire?» Rispondo, perché non avevo la più pallida idea a cosa si 
riferisse.
«Il canale del gruppo segreto! Quello di cui tutti parlano!»
Ora ricordo. Dal momento che il nostro (disgraziato) governo controllava i 
mezzi di comunicazione dei giovani, qualcuno creò un gruppo weblink dove i 
giovani potevano parlare liberamente. Ma non mi interessava.
«Beh, lì si trova di tutto. Ragazzi che tentano di rimorchiare ragazze e anche 
il contrario, divertimenti trash, battute, e persino omosessuali»
Il mio corpo s’irrigidì di colpo. D’un tratto quel gruppo mi interessava.
«Montamelo sul mio microcomputer» dico freddamente, senza aggiungere 
altro. Diedi il coso a Minny che lo configurò e iniziò a digitare. Quando me lo 
ridiede, comparve un’icona. Se la toccavo, venivo trasportato in una specie di 
forum, in cui c’era la roba che pensavo. C’erano anche alcune persone della 
mia città, ma non quello che cercavo. Dovetti posare il microcomputer perché
arrivai a destinazione.
UNA SETTIMANA PRIMA
Edward McDann era cosciente di essere uno dei più bravi programmatori 
della regione. Ma anche ammesso questo, non era certo di riuscire a portare 
a termine l’impresa che si apprestava a compiere. Era in assoluto la cosa più 
proibita del mondo, e gli sarebbe costata la vita. Tra l’altro Edward odiava 
rischiare, e rimanere nella sua “zona di sicurezza”. Ma per provare cose 
nuove, bisogna rischiare ciò che già si ha.
Si aggirava furtivo tra i laboratori biotecnologici della base di ricerca.
Accese un macchinario enorme, connesso ad un computer. Questo, a sua 
volta era collegato a vari dispositivi minori, tra cui un curioso aggeggio che 
assumeva la forma di un casco, con annesse ventose appiccicose.
Indossò il casco e si accertò che tutte le ventose avevano aderito sul cuoio 
capelluto. Sul computer, come se fosse stata inserita una unità di memoria, 
comparvero vari files. Erano files incomprensibili e che non potevano venir 
utilizzati. E si trovavano nel suo corpo, o biosistema.
Non doveva assolutamente toccare i file vitali, o per lui sarebbero stati guai 
seri. Ma allora come sapeva dove trovare ciò che cercava?
Attivò così il debugger, che teneva traccia di tutti i processi che iniziavano 
dentro di lui. Poi, estrasse dalla tasca una foto di una ragazza in topless, 
ottenuta clandestinamente. 
Ovviamente, non provava nulla, e rimase indifferente. Questo perché, almeno 
in teoria, il meccanismo di blocco stava svolgendo silenziosamente il suo 
lavoro dentro Edward, filtrando anche i minimi impulsi sessuali. Ma non 
appena fosse intervenuto, sempre in teoria, il debugger avrebbe dovuto 
catturare i file chiave che sarebbero intervenuti nel processo.
Invece non comparve nulla. Lo schermo rimaneva sempre dello stesso, 
inflessibile, blu.
“Dannazione” pensava “o questo coso non è aggiornato, o ho sbagliato 
qualcosa. Il ragionamento è giusto, in teoria”
Controllò bene la connessione dei cavi e l’agganciamento del debugger. 
Tutto sembrava a posto, ma concluse che aveva saltato qualche passaggio, 
dopotutto Robert, un suo collega, era assegnato a quel macchinario, e non 
lui. Forse Robert sarebbe riuscito a farlo funzionare…
BEEP BEEP BEEP
In quel preciso istante, sullo schermo comparve un elenco di files.
Si chiese come mai fossero comparsi dopo così tanto tempo, quando aveva 
messo a posto la scandalosa foto e aveva pensato ad un suo collega, ma 
non importava: Su un pezzo di carta si segnò i nomi dei files (una bella 
dozzina) e provò a cancellarli. Non ci riuscì neppure su uno. Erano troppo 
indelebili per venire cancellati. Ci provò in vari modi, ma nessuno ebbe 
successo. Così nascose le prove di ciò che aveva fatto, o meglio, tentato di 
fare, e ritornò al dormitorio come se nulla fosse.
La sagoma mingherlina di Edward rientrò nei suoi alloggi. Dormiva nel primo 
letto di uno a castello, e sopra c’era Robert.
«Dov’eri?» gli chiese scocciato. Robert era diverso fisicamente da Edward. 
Abbronzato e alto, mentre Edward aveva appena due occhi color mercurio e 
un fisico che lasciava chiedere se e quanto Edward mangiasse. Aveva un 
colorito di pelle chiarissimo, appena roseo.
«Controllavo il codice» borbottò una grossa bugia.
«Sei un maniaco, lo sai? Se continui di questo passo ti promuoveranno»
rispose ironico Robert. Non sapeva che una settimana dopo sarebbe 
avvenuto.
Guardò il braccio pendente di Robert. In quell’istante lontanamente, molto 
lontanamente, sentiva qualcosa che gli sfuggiva. Ma che veniva bloccato.
«Robert i computer e i dispositivi del tuo settore come funzionano?» gli 
chiede «Su quale aspetto?» disse Robert confuso
«Mah, non so. Non è che sono a scoppio ritardato? Che le scritte ci mettono 
del tempo a caricarsi?»
«Non dire sciocchezze» gli risponde «Sono più che immediati. Non appena le 
macchine inviano un segnale, non hai il tempo di guardare lo schermo che il 
computer ha già fatto tutto. Perché, i vostri sono lenti?»
«No, ma ho sentito che avevate dei computer lenti, così, te l’ho chiesto»
Era una balla gigantesca. In realtà era perplesso per il fatto che le scritte 
comparvero quando ormai aveva rinunciato a fare l’esperimento, e pensato di 
coinvolgere Robert.
«I nostri computer funzionano benissimo. I dispositivi, uguale» disse Robert 
infine.




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